Magistero

Messaggi di Natale, Pasqua, Quaresima, Matrimonio e Famiglia
Per amore, Solo per amore. Riflessione sulla Sacra Famiglia.

Amici, oggi vorrei aprire insieme a voi una finestrella sulla casa di Nazareth, vorrei osservarne l’intimità e la quotidianità per farne poi, una riflessione per la nostra crescita. Volgere lo sguardo a quella che definiamo la Sacra Famiglia, nella loro intimità quotidiana, è come dare uno sguardo al Paradiso: significa ammirare la Grazia farsi opera viva nella vita comune degli uomini.

Spesso quando nell’opinione comune si pensa alla Sacra Famiglia, si pensa a loro come a quelle immagini del presepe o dell’iconografia classica, in cui si vedono tre persone statiche, degli “eletti” senza problemi e sempre sotto lo sguardo di Dio che come un regista, prepara le scenografie. Certamente il Signore era con loro, ma non ha in alcun modo interferito con la loro libertà e non li ha esentati da ciò che caratterizza la vita di ogni comune mortale: fatica, paura, sudore ed angoscia.

Se fosse questa la Sacra Famiglia, essa di certo non potrebbe mai essere ritenuta modello delle nostre famiglie oggi. E certamente essa non è modello secondo i canoni convenzionali a cui ci hanno abituato.

Quella che molti indicano come tradizionale, per mortificare le famiglie del nostro tempo, in effetti di tradizionale non aveva nulla ed è proprio per questo che noi la assumiamo a modello. Giuseppe era uomo giusto, cioè pio e strenuo osservante la legge. Egli però, nella lotta tra l’essere giusto osservando pedissequamente le leggi umane o amare Maria nonostante quel concepimento incomprensibile, sceglie la via dell’amore. Allora ciò che rende grande Giuseppe non è il suo essere convenzionale, ma proprio il contrario: il suo coraggio di mettersi fuori, di scomunicarsi per amore.

Uomo semplice, buono, che accetta di sposare una giovane ragazza che portava in grembo un figlio non suo. Abbiamo mai Pensato ai dubbi ed alle sofferenze di Giuseppe in quel momento, quando rivede Maria che ritorna dal viaggio dalla cugina Elisabetta e si rende conto che in lei cresce una vita? E che con questa vita egli non aveva alcuna relazione? Giuseppe era combattuto, come lo saremmo tutti noi. Non si sentiva in grado di portare questo fardello. Sarebbe riuscito ad amare, come proprio figlio, un figlio altrui? Il figlio di Dio? Sarebbe stato degno di essere il Padre del Figlio di Dio? Nonostante i suoi mille dubbi, non riesce ad abbandonare Maria alla sua sorte perchè se fosse considerata adultera, le conseguenze sarebbero state drammatiche. Decide ugualmente di sposarla, di amarla incondizionatamente e soprattutto di amare anche il nascituro che avrebbe accolto tra le sue braccia come figlio. La vita di Giuseppe non fu certamente facile. Egli addirittura esperisce la paura e la minaccia e da un momento all’altro, deve fuggire e recarsi con la sua famiglia in un paese straniero per salvare la vita del Figlio. Ci siamo mai interrogati sulla quotidianità di questo uomo? Giuseppe che tenta di guadagnare qualcosa facendo il falegname, quante fatiche ogni giorno e poi la sera torna a casa stanco morto, ma adesso egli è padre. Non vi sembra di sentire voi stessi raccontare la vostra quotidianità? Fatta di rinunce, di stanchezza, di sacrifici? Giuseppe è stato la Fede in persona per tutta la vita. Ha creduto sempre a tutto, in silenzio e senza neanche vedere la potenza di questo suo Figlio putativo che ha difeso a costo di tutta una vita di sacrifici. Giuseppe c’insegna che cosa significa essere un padre di famiglia. C’insegna che cosa significa sacrificarsi per essa, sacrificarsi per amore.

Ma Giuseppe non è solo, con sè c’è un’umile ragazza che ha dovuto trovare la forza di affrontare tutto il suo cammino. Dalla decisione di dire “sì” all’angelo annunciatore a quando ai piedi della croce vedeva morire suo Figlio tra tormenti indicibili. Una giovanissima donna che con coraggio affronta la vita e i rischi che dalla sua decisione avrebbero potuto investirla. Si fida di Dio, del suo disegno di amore e lo accoglie, lo accetta al punto da renderlo persona. Chissà quanti pensieri in quegli anni, quante domande e dubbi sul futuro mentre allattava Gesù, lo cambiava e lo educava. Lei mamma speciale, mamma come tutte. Maria c’insegna cosa sia il silenzio, cosa sia la preghiera ed il sacrificio umile ma dignitoso dei poveri e dei semplici.

In fine volgiamo lo sguardo al piccolo Gesù. A questo Dio che manifesta la sua grandezza e il suo smisurato a ore per l’uomo, da volerne condividere la vita più genuina, la sua grandezza è stata nascere in una stalla maleodorante, vivere la quotidianità, viaggiare per i deserti e le montagne della vita e della storia dell’umanità, vivere dell’amore della mamma e del padre. Dio ha voluto vedere il mondo con gli occhi di un bambino facendosi fanciullo.Si è fatto piccolo ed indifeso per sollevare gli ultimi, si è fatto misero per apprezzare e valorizzare la povertà, si è fatto mite per aiutare i deboli.

Questa è la famiglia a cui guardiamo come modello… Una famiglia che ha abbandonato il convenzionale fatto di certezze vuote e vane, per vivere di verità, la verità dell’amore. Allora ciò che la rende speciale non è il loro matrimonio o l’avere avuto un bambino e che questo bambino sia stato cresciuto ed educato da una mamma e un papà, ma che questo papà lo sia diventato per scelta di amore e non biologica, che questo uomo abbia amato un figlio non suo, che questa donna abbia avuto coraggio e nella semplicità abbia accolto Dio e che Dio abbia scelto proprio di sconvolgere le convenzioni sociali per insegnarci che non è la legge o la tradizione che ci rendono migliori o famiglia, ma la nostra capacità di andare oltre per amore.

FEDE E OMOSESSUALITA’
Quando si tratta il tema dell’omosessualità e lo si vuol fare “cristianamente”, spesso a comandare non è la Parola di Dio (anche se lungamente citata) quanto il nostro modo di vedere sull’argomento: se il nostro pensiero è favorevole, allora la Bibbia ammette l’omosessualità, se è contrario, la Bibbia la condanna. Ma cosa dice la Sacra Scrittura in merito NELLA VERITA’? Anzitutto bisogna comprendere una cosa quando ci si approccia alle Sacre Scritture. “La Bibbia è Parola di Dio in sè ma parola di uomo di per sè.” Che significa? Dio, attraverso lo Spirito Santo, ha ispirato i vari autori sacri a scrivere un messaggio, non certamente sotto dettatura ma, appunto, ispirando il messaggio stesso che, attraverso i loro scritti, Dio stesso ha voluto dare ad ogni uomo e donna di tutti i tempi. Gli autori sacri, di conseguenza hanno trascritto il messaggio loro ispirato ma lo hanno fatto con i mezzi a loro disposizione: la lingua, la cultura, le conoscenze(peraltro scarse e finite), la situazione politica, il contesto storico ecc…). Dunque qual è il compito che oggi si prefissa un esegeta o colui/ei che si approccia allo studio delle Sacre Scritture? Anzitutto quello di poter attingere non tanto dalle traduzioni, più o meno fedeli al testo originale, quanto al testo in lingua antica. Ora andando nello specifico, sono diversi i passi che nei secoli sono stati riferiti nei confronti dell’omosessualità, in particolare l’episodio di Lot a Sodoma, in Genesi al capitolo 19, le prescrizioni in Levitico 18, 22 e Levitico 20, 13,prima lettera ai Corinzi 6, 9-10 e lettera ai Romani 1, 24-28. Se analizziamo attentamente queste quattro citazioni bibliche e le vogliamo onestamente contestualizzare (ricordate che estrarre i versetti della Bibbia dal loro contesto serve solo a creare un pretesto!) vediamo come nell’ episodio di Lot a Sodoma, che invito a leggere, ciò che viene condannato come peccato di sodomia, non è l’atto omosessuale in sè, quanto la violenza che si vuole esercitare attraverso quell’atto. Ora cos’è la cosa grave? L’atto omosessuale, che non reca danno ad alcuno, anzi se fatto con amore, è espressione della donazione reciproca di due persone che si amano, o la violenza che è sempre sbagliata e illecita? Come possiamo affermare con certezza che in Gen 19 non è condannato l’atto omosessuale ma la violenza? E di quale violenza si parla? Noi sappiamo che presso i popoli antichi l’ospitalità al forestiero era sacra e inviolabile, causa il disonore della famiglia ospite. Ora i sodomiti vogliono abusare degli angeli che sono ospiti di Lot, dunque trasgredire una usanza fondamentale e di sacrale importanza dinanzi al popolo di Dio. Cosa fa allora Lot? Addirittura preferisce dare le proprie figlie “in pasto” ai sodomiti perchè ne abusino, piuttosto che far commettere un atto sacrilego nei confronti dell’ospitalità e di Dio (gli angeli nell’Antico Testamento indicano la presenza di Dio stesso). Dunque, il peccato di Sodoma non è l’atto omosessuale, ma la violenza contro l’ospite, il forestiero, colui che è nel bisogno. A sostegno di questa tesi possiamo analizzare il passo biblico del profeta Ezechiele 16, 49-50: “Ecco, questa fu l’iniquità di Sodoma, tua sorella: lei e le sue figliuole vivevano nell’orgoglio, nell’abbondanza del pane, e nell’ozio indolente; ma non sostenevano la mano dell’afflitto e del povero. Erano altezzose, e commettevano abominazioni nel mio cospetto; perciò le feci sparire, quando vidi ciò.” Se vogliamo analizzare invece le due citazioni tratte dal Levitico, dobbiamo seguire lo stesso metodo di analisi. Bisogna comprendere che la legge mosaica è un insieme di norme che vengono date ad un determinato popolo, in un determinato contesto storico, politico e sociale e, soprattutto, dinanzi a delle esigenze anche di natura salutare. Nel libro del Levitico troviamo innumerevoli prescrizioni che, trasportate al giorno d’oggi (ma già al tempo di Gesù e degli Apostoli) ci fanno fare un piccolo sorrisino. Ad esempio in Levitico 11 troviamo una serie di prescrizioni in cui compaiono animali che si possono mangiare ed altri ritenuti abominevoli. Tra questi abbiamo tutti quelli che ” non hanno né pinne né squame, tanto nei mari che nei fiumi, tutti quelli che si muovono nell’acqua e tutti quelli che vivono nell’acqua” di cui il Levitico dice “sono un abominio per voi.
Essi saranno un abominio per voi; non mangerete della loro carne e avrete in abominio i loro corpi morti.
Tutto ciò che nell’acqua non ha pinne e squame sarà un abominio per voi.” A quali animali si riferisce? Certamente ai crostacei e ai molluschi che non hanno nè pinne e nè squame. Eppure, oggi, quante scorpacciate di cozze, vongole, gamberoni, aragoste ecc… ci facciamo? Ricordiamo bene che ogni singolo precetto della legge mosaica ha lo stesso valore e peso degli altri. Dunque anche per le prescrizioni “contro i rapporti omosessuali”. Perchè nella legge mosaica vengono vietati i rapporti tra persone dello stesso sesso? E qui dobbiamo ritornare al contesto storico e sociale del tempo a cui si riferiscono queste cose. Il libro del Levitico fa parte del Pentateuco, tradizionalmente attribuito come autore a Mosè, tralasciando la Genesi, almeno nella sua parte iniziale, gli altri quattro libri Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio parlano del Popolo di Israele, della sua schiavitù in Egitto, della liberazione da parte di Dio per mano di Mosè, del cammino di quarant’anni nel deserto e l’arrivo nella terra promessa che verrà poi illustrato nel libro di Giosuè. Dunque il Popolo di Israele riceve la legge da Mosè mentre si trova nel deserto. Infatti se analizziamo bene tutte le prescrizioni, non sono altro che delle regole di convivenza civile, di sopravvivenza da malattie infettive anche sessualmente trasmissibili, quali gonorrea e sifilide, malattie causate dall’ingerimento di carni di animali poco igienici come il maiale o i crostacei o uccelli come gli avvoltoi. La prescrizione di non avere rapporti tra persone dello stesso sesso è utile ad un solo scopo: evitare che nascano casi di unioni da cui non può esistere natalità, dunque, non avere nuove generazioni di bambini e quindi creare disaggio alla demografia con il rischio di decimare la popolazione, che già andava decimandosi a causa della pesantezza del viaggio. Se dall’Antico Testamento ci spostiamo al Nuovo, la prima cosa che possiamo affermare è che il Vangelo non menziona minimamente l’omosessualità. Quindi, se fosse stata un problema per Gesù, così come lo era l’ipocrisia e il falso legiferismo dei Farisei o piuttosto la ricchezza smodata di alcune caste, lo avrebbe certamente detto. I passi allora che si citano a riguardo sono sempre tratti dagli scritti di San Paolo. Ma se il messaggio evangelico è universale e non è rivolto ad una popolazione o tribù o ceto in particolare, così non è per le lettere di San Paolo. Infatti, egli scrive a delle comunità cristiane ben precise e di derivazione spesso pagana. Nei casi delle due comunità a cui Paolo denuncia i rapporti cosiddetti “contro natura” possiamo affermare lo stesso principio fatto per Genesi 19. Non è l’atto omosessuale in sè che viene condannato, quanto lo scopo o la ragione per cui si compie. Nelle comunità di derivazione pagana, spesso convivevano insieme ai principi e agli usi cristiani, alcune usanze rituali di natura pagana, quali, ad esempio, la prostituzione rituale, ovvero, il raggiungimento del sacro attraverso l’orgasmo, quindi, attraverso gli atti sessuali. Questi atti sessuali venivano spesso consumati all’interno di orge e insieme ai sacerdoti o sacerdotesse del culto pagano, quindi, se il ministro pagano era un uomo, gli uomini avevano rapporti con lui, così le donne e viceversa. Allora San Paolo non condanna l’omosessualità in sè, ma il ritorno dei convertiti a Gesù Cristo verso il paganesimo, attraverso la pratica della “prostituzione sacra”. Potremmo continuare a parlare di questo tema all’infinito. La sessualità nella Sacra Scrittura non è condannata, nè omo nè etero. Anzi è addirittura celebrata, vedete ad esempio il libro del Cantico dei cantici in lingua originale, in cui il tema della sessualità è affrontato in modo sacr